Conversazione tra artista, gallerista e curatore

TOM ANHOLT

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Conversazione tra artista, gallerista e curatore

Ancient Games, l’antico gioco del “fare pittura”: dodici olii in mostra a Milano, alla galleria ProjectB, raccontano come riversare in un gesto una storia, la personalità dell’artista e la libertà d’immaginazione di chi gode e osserva quel gesto. 

Due mani appaiono sullo sfondo di una foresta verde, colore e pennellate dipingono l’attimo tra il sonno e la veglia mentre profili di figure famigliari si muovono su un orizzonte distante, il luogo dove nasce il regno di Tom Anholt. 

Forest Games è la prima grande tela che si incontra entrando in galleria e che l’artista mette al cuore della mostra, ma subito, attraverso il lungo cono ottico di prospettive che caratterizzano lo spazio, appaiono una sequenza di universi paralleli, opere dense di riferimenti e stratificazioni, mai uguali fra loro.

Jane Neal: Un percorso in cui restano evidenti i segni della mano dell’artista – sabbiature, tagli – ma anche errori per uno stile difficilmente inquadrabile tra il gotico e l’espressionismo. 

Emanuele Bonomi: Quello che mi è sempre piaciuto del lavoro di Anholt è l’imprevedibilità di quello che dipinge sulla tela, nessun quadro è pensato a priori. 

Jane Neal: Tom Anholt si sente parte di quella generazione di artisti post-internet che può essere ispirata contemporaneamente da quasi tutto lo scibile, dall’arte medievale a temi storici o religiosi, fino ai dipinti contemporanei, grazie a quell’immenso archivio disponibile su Internet e istantaneamente accessibile dal computer dello studio. 

Tom Anholt: Dipingere è un antico gioco, una maniera di portare alla luce questo sapere e la mia storia. 

Carlotta Loverini Botta: Il tuo lavoro è un dialogo personale con l’opera o c’è qualcosa di preciso che vuoi comunicare? 

Tom Anholt: C’è un punto di equilibrio che ricerco nei miei quadri. Se la storia che voglio raccontare è troppo evidente o al contrario troppo aperta a qualsiasi interpretazione, senza punti di riferimento, il mio lavoro perde d’interesse. Chi osserva deve poter leggere la propria storia ma entro certi limiti suggeriti dall’opera stessa. 

E così anche la mostra nel suo complesso suggerisce un percorso, il punto di partenza e, dopo essersi persi fra le opere, una via d’uscita, la strada per un possibile futuro. 

L’opera che coglie esattamente quel punto d’equilibrio, verso un percorso forse più astratto e verso la Sicilia, la nostra isola carica di luce dove Tom sogna di aprire uno studio.

Carlotta Loverini Botta